Spunti su Mattarella, auguri a Travaglio-Benigni. Che fiducia avere nelle Popolari?

20 AGO 20
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Al direttore - L’autoriforma delle Popolari, di cui si scrive sul Foglio del 5 febbraio, avrebbe dovuto essere promossa da tempo. Su questa esigenza ho scritto dal 2007 una cinquantina di articoli. L’inerzia del mondo delle Popolari, tuttavia, non giustifica una decisione quale quella adottata con decreto dal governo che, per i tempi, i modi e i contenuti, è antitetica a una efficace rivisitazione, che certamente non può muovere dalla considerazione di stampo ottocentesco secondo la quale le banche di questo settore sono in mano a “signorotti locali” (e si parla di istituti, quelli di cui il decreto vuole la coattiva trasformazione in Spa con attivi superiori a 8 miliardi). Ora l’Assopopolari si è aperta a una mediazione sulla revisione. Bisognerà valutare le specifiche proposte e la loro validità. Ma il governo commetterebbe un nuovo errore se ponesse la fiducia, secondo il testo del decreto, su questa presunta riforma: sarebbe una fiducia posta per timore della sua stessa maggioranza, mentre vi potrebbero essere spazi per una efficace convergenza. Si eviti di ripetere il film delle fondazioni di origine bancaria visto all’inizio dello scorso decennio: allora il ministro Tremonti volle a tutti i costi una riforma sballata, non accettò mediazioni di sorta. Alla prima occasione fu sollevato dalle fondazioni un’eccezione di incostituzionalità. La Consulta, dopo bocciature di atti applicativi da parte del Consiglio di stato, fulminò in toto la riforma e di essa non si parlò più. Non si ripeta la storia con un atteggiamento che sarebbe una farsa.
Angelo De Mattia
La fiducia è sempre uno strumento delicato, ovvio. Ma resto convinto che se un politico che guida il governo crede che una riforma contenga princìpi non negoziabili, quel politico deve avere il coraggio di sfidare la sua maggioranza ogni volta che lo crede opportuno. E un terreno come quello delle banche popolari è il classico caso in cui la bontà di una riforma è inversamente proporzionale al numero di mediazioni.
Al direttore - “Della linea del Fatto non c’è da toccare una virgola: era e resta la Costituzione che noi amiamo così com’è. Magari con qualche aggiornamento”, ha scritto ieri Marco Travaglio presentandosi ai lettori come nuovo direttore. Salvo poi commissionare un pezzo a un suo giornalista in cui si prendeva in giro il presidente Mattarella, 50 sfumature di grigio, la cui lettura preferita sarebbe “la Gazzetta ufficiale”. Almeno è chiara la gerarchia delle fonti, insomma.
Sebino Caldarola
I nostri cari e sinceri e affettuosi auguri a Marco Travaglio. Un nuovo direttore che si presenta con la linea politica di Roberto Benigni – ah questa Costituzione, che meraviglia, che delizia, che bella, la più bella del mondo – se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Auguri.
Al direttore - Sono entusiasta all’idea della sempre maggiore integrazione tra cartaceo e online (anche se il cartaceo ormai da anni lo leggo in pdf) e delle plurime edizioni. Come già il buon Vietti qualche giorno fa, ormai questa sembra essere la tendenza dei giornaloni che contano nel mondo: prima il digitale, poi il cartaceo. Però: bisognerà lavorare sull’impaginazione e sui contenuti, nel senso che vorrei – facilmente, senza impazzire – tutto quello che va nel cartaceo anche online. Per esempio: dove trovo online il sapido pezzo di Annalena sul morbillo? Aggregazioni: ok farle tematiche, ma enfatizzerei anche l’aspetto cronologico, in modo da capire, anche senza aprire il link, se quell’articolo l’ho già letto nel pdf del mattino o è successivo (o precedente…). Il titolo a volte non basta. Per il resto, al momento, continuate così (e un affettuoso grazie, ancora, all’Elefantino che seguo dal primo numero).
Giorgio Bambini
A poco a poco faremo tutto, faremo anche questo. Vedrete che il Foglio.it vi farà impazzire.
Al direttore - Condivido il suo apprezzamento per il passaggio in cui il neo presidente ha ricordato il bambino ebreo ucciso nel 1982. Ho, però, un paio di perplessità. Primo: siamo sicuri che abbia già fatto o che farà esplicitamente il passo successivo, e cioè “Israele siamo noi”? Secondo: andando alle Fosse Ardeatine, secondo me ha dimostrato una subalternità alla vulgata resistenziale, confermata poi anche da un passaggio del discorso, che mi fa dubitare sulla sua effettiva “imparzialità” culturale, prima che politica?
Vincenzo Garzillo
Non perdiamoci nei dettagli. Mattarella ha detto che Stefano Tachè, il bimbo ebreo di due anni ucciso a Roma in una sinagoga, è il nostro bambino. Siamo noi. E farci sentire come Israele è il modo migliore per farci capire cosa significa vivere sapendo di dover combattere ogni giorno il terrore. Bene, bis.